Roberto Fineschi, Ripartire da Marx. Processo storico ed economia politica nella teoria del "capitale", Napoli, La città del sole, 2001

Indice e introduzione

Indice

Introduzione

I. Leggere Marx oggi

II. Il “capitale”, la dialettica e Hegel

III. Argomento e precedenti

 

CAPITOLO PRIMO

La “generalità/universalità” della riproduzione umana nella natura

1.1. L’introduzione alla critica dell’economia politica e la “produzione in generale”

1.2. Contenuto materiale e processo lavorativo

1.3. Dal lavoro alla produzione

1.4. Una nuova antropologia?

 

CAPITOLO SECONDO

Modello 1

Il mondo della circolazione semplice

2.1. Il contenuto dell’inizio concettuale

2.2. L’esposizione della dialettica della merce

 

Appendice A

Misura, misuratore e misurazione

 

Appendice B

I fondamenti concettuali della “teoria del valore-lavoro”. Per una storia di questa categoria

 

Appendice C

Rapporto fra forma di valore e processo di scambio

 

CAPITOLO TERZO

Dal Modello 1 al Modello 2

Dalla circolazione semplice al capitale

3.1. Il denaro come denaro: totalità del mondo della circolazione

3.2. Dal denaro come denaro al denaro come capitale

3.3. Ancora su “logico” e “storico”

3.4. “Circolazione semplice” o “Produzione mercantile semplice”?

 

CAPITOLO QUARTO

Modello 2

La “generalità/universalità” del capitale

4.1. Processo lavorativo e processo di valorizzazione

4.2. Plusvalore assoluto e relativo

4.3. Le forme della Logica 2: il plusvalore assoluto

4.4. Le forme della Logica 2: il plusvalore relativo

 
capitolo quinto
Dal Modello 2 al Modello 3
La “generalità/   universalità” del capitale e i “molti” capitali

5.1. Premesse concettuali per pensare il rapporto fra “capitale in generale/universale” e “molti” capitali

5.2. Svolgimento del concetto di “accumulazione”

5.3. Il rapporto capitale/capitali ed i suoi livelli di astrazione

5.4. Le modificazioni del piano

5.5. Risultati e condizioni di passaggio

 

Appendice D

Il dibattito sul “Capitale in generale”

 

CAPITOLO SESTO
Il Modello 3
La “particolarità” del capitale
ossia
I molti capitali in azione reciproca (concorrenza)
6.1. Considerazioni generali

6.2. Le due teorie della “trasformazione” di Marx

6.3. Due risultati della dialettica dei capitali

6.4. La caduta tendenziale del saggio del profitto

 

Appendice E

Sulla ricezione e sull’origine della categoria “prezzo di produzione”

 

CAPITOLO SETTIMO
Dal Modello 3 al Modello 4
Il capitale portatore di interesse

7.1. Il livello di astrazione del capitale portatore di interesse nei diversi manoscritti

7.2. Caratteristiche del capitale portatore di interesse

 

 
capitolo ottavo
Modello 4
La “singolarità” del capitale
ossia Credito e capitale fittizio

8.1. Il III libro del Capitale di Marx… e Engels

8.2. Il concetto di credito nel Modello 1

8.3. Il credito commerciale

8.4. Credito bancario

8.5. Capitale azionario, capitale fittizio e nuova determinazione del mercato del denaro

8.6. La totalità del movimento del “capitale come tale”

8.7. Risultati

 

Appendice F

Il piano dei sei libri

 

CAPITOLO NONO

Conclusioni e prospettive

9.1. L’esposizione dialettica del capitale

9.2. La dialettica della cosa stessa e la tendenzialità immanente al processo di capitale

9.3. Antropologia o processo storico?

9.4. La modificazione del piano

9.5. Filosofia e economia

9.6. Prospettive

 

Bibliografia

Introduzione

1. Leggere Marx oggi

 

Negli ultimi trenta anni si sono sviluppate le condizioni per una nuova lettura dell’opera di Karl Marx. Tre di esse, di natura diversa fra loro, sono particolarmente importanti.

 

La prima non ha carattere prettamente teoretico ma sulla teoria ha avuto ripercussioni considerevoli: le conseguenze della fine del cosiddetto “socialismo reale”. Il periodo della storia contemporanea ed i fatti politici evocati da questo nome hanno pesato molto sia sulla ricezione dell’opera marxiana che sullo “atteggiamento politico” di molti simpatizzanti ed intellettuali. L’idea (piuttosto vaga per la verità) che l’organizzazione di certi paesi derivasse “direttamente” dalla teoria del capitale ha spinto molti a rifiutare la seconda con la prima. È stata proprio la “perfetta applicazione” del socialismo là riscontrata ad indurre molte prese di distanza.

La presunta conformità della politica esteuropea ai dettami di Marx è stata in parte l’altra faccia della dogmatizzazione del suo pensiero; da ciò non poteva non nascere una “vulgata”. Si è trattato di un fenomeno vasto ed in parte inevitabile, benché spesso teoreticamente insussistente poiché fondato su un catechismo di frasi fatte da ripetere nelle circostanze solenni (esse già da sole testimoniano la loro lontananza dai testi marxiani). Il celebre e famigerato DIAMAT ne costituiva la sintesi suprema e l’opuscolo staliniano Materialismo dialettico e materialismo storico il manifesto.

Con il crollo del socialismo reale uno dei freni più forti alla ricerca scientifica, la dogmatizzazione politicistica, è venuto meno: si possono finalmente studiare i testi marxiani al di fuori delle logiche tatticistiche spesso inevitabili in ogni apparato che in qualche modo ha rapporti con la politica immediata (tanto più in clima di guerra fredda).

Ovviamente non tutto il marxismo è stato stalinista. In certi casi, tuttavia, la stessa idea d’utilizzare il pensiero dell’autore tedesco in prospettiva politica ha avuto delle conseguenze interpretative di rilievo. Si è infatti talvolta compiuto l’errore di ridurre la riflessione teorica del pensatore tedesco in quanto tale alla sua utilizzazione nella pratica dei movimenti che negli ultimi 150 anni a lui si sono richiamati. Non sempre si è capito che una cosa è l’uso politico di un certo pensiero (fatto di per sé più che legittimo, particolarmente nel caso di Marx), altra la sua dimensione teorica complessiva: si tratta di due oggetti di indagine distinti.

Per evitare ogni fraintendimento vorrei precisare che quanto detto non significa sostenere una condanna generica del marxismo o un rifiuto della sua tradizione culturale e politica, tutt’altro: il marxismo, nel bene e nel male costituisce un movimento fondamentale e complesso del secolo passato, che ha la sua grande dignità e che non può essere certo liquidato con lo spauracchio dello stalinismo. Ciò non significa tuttavia che la teoria marxiana del modo di produzione capitalistico possa essere ridotta all’uso che ne è stato fatto all’interno di questo movimento.

Grazie a questa distinzione si può andare oltre il fallimento storico del marxismo come movimento politico e riscoprire la portata teorica complessiva della teoria marxiana del capitale. In breve: la teoria epocale del modo di produzione capitalistico consente di pensare l’arco “storico” di questa fase della riproduzione umana nella natura; la politica vi sta dentro collocandosi ad un livello di astrazione molto più basso. Appiattire la dimensione epocale dell’analisi marxiana sulla politica sarebbe un errore grave, come valutare l’insufficienza della teoria sul fallimento politico dei “marxismi”.[1]

 

Il secondo avvenimento che cambia la prospettiva interpretativa è la pubblicazione in corso della nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels. Essa offre agli studiosi per la prima volta molti testi fino ad oggi inaccessibili: fra di essi, per es., spiccano i manoscritti originali di Marx su cui Engels ha lavorato per la pubblicazione a stampa del II e del III libro del Capitale, la parte dei Manoscritti 1861/63 che precede le Teorie sul plusvalore e quella che le segue, tutti gli estratti e gli appunti di Marx, e molto altro ancora. Si tratta di un fatto dall’importanza fondamentale perché solo oggi è possibile procedere ad un’analisi filologicamente rigorosa della teoria marxiana e delle interpretazioni tradizionali di essa. Ciò non significa certo che quanto detto fino ad oggi non abbia valore, si tratta però di valutare i risultati del dibattito tradizionale con una mole considerevole di materiale che getta nuova luce sulle fasi di elaborazione della teoria del modo di produzione capitalistico.[2]

 

Iniziata nel 1975, la Marx-Engels-Gesamtausgabe, (MEGA2) è stata accompagnata da importanti studi storico-filologici, che hanno indicato alcuni punti di non ritorno che qui non è possibile riassumere; le analisi ad est di Vygodskij, Tuchschereer, Jahn, Hecker, Marxhausen, Jungnickel, Müller, ad ovest di Backhaus, Reichelt, W. Schwarz e di molti altri, fanno da necessario sfondo alla ricerca qui svolta. Di questa letteratura, che rappresenta il terzo punto fondamentale per una rilettura di Marx, si farà largo uso nel corso dell’esposizione.

Fra i risultati raggiunti il più importante è forse il seguente: il “sistema” marxiano inizia come stesura effettiva nel 1857. A questa data risale, infatti, la redazione del Manoscritto 1857/58, comunemente conosciuto come Grundrisse; esso rappresenta il primo tentativo di dare sistemazione alla teoria marxiana della società e della storia, la prima stesura complessiva dell’intero corpus.[3] Questo manoscritto sarà seguito poi dal testo preparatorio di Per la critica e quindi dall’edizione a stampa. Nel 1861 Marx inizia a lavorare alla continuazione del testo pubblicato, nel corso della stesura tuttavia ha luogo una riconsiderazione complessiva dell’intero corpus che porta alla stesura di un secondo grande manoscritto – il Manoscritto 1861/63. In questa fase Marx elabora l’intelaiatura del concetto di capitale che servirà come base per la redazione del terzo manoscritto fondamentale – il Manoscritto 1863/65 – con il quale egli per la terza volta riscrive tutta la teoria.

Per evitare possibili fraintendimenti è necessario precisare due cose: (i) sostenere che l’elaborazione sistematica della teoria del modo di produzione capitalistico non inizi prima del 1857 non significa che le opere che precedono questa data siano senza valore; tuttavia esse possono essere valutate solo alla luce della sistemazione teorica definitiva. Si corre il rischio altrimenti di confondere gli spunti con la teoria, e di fare così di alcuni “frammenti” il pensiero marxiano. Una cosa sono le formulazioni provvisorie o giovanili (per quanto geniali), un’altra cosa è ciò che Marx chiama consapevolmente la “propria teoria”; (ii) ciò non significa che il “fattore” “economico” sia più importante degli altri “fattori”. Quella che Marx elabora nel Capitale non è una teoria “economica” nel senso che il termine ha assunto nel linguaggio contemporaneo: l’analisi del “modo di produzione capitalistico” costituisce una teoria del “movimento sociale” nel suo complesso come processo unitario.

 

Questi tre fatti – la distinzione fra la teoria di Marx ed il “marxismo”, la pubblicazione della nuova edizione critica e gli studi che l’hanno accompagnata – pongono a mio parere le basi per una ripresa dello studio rigoroso dell’opera dell’autore tedesco e per una rivalutazione del dibattito tradizionale su di essa (e quindi per uno o più libri sull’argomento).

 

 

2. Il capitale, la dialettica e Hegel

 

Rileggere Marx oggi richiede che si definisca, almeno a livello generale, il contenuto della sua teoria. Alla luce degli studi filologici si può sostenere che essa costituisce un modello logico, ad un alto livello di astrazione, del funzionamento “storico/naturale” del modo di produzione capitalistico. Ossia: la teoria del capitale non è una descrizione del capitalismo dell’ottocento, non è una teoria economica nel senso accademico del termine, non è una filosofia della storia nel senso di un corso predeterminato degli eventi che sfociano nel paradiso terrestre della società comunista. Marx costruisce bensì un modello unitario in cui cerca di individuare le leggi di movimento della formazione economico-sociale capitalistica come intero, definendo al contempo che cosa significano società, uomo, storia, natura e via dicendo (il significato di queste categorie non è stabilito prima della loro disposizione funzionale; solo in essa le determinazioni di forma sono quello che sono).

La ricostruzione di questo modello permette di collocare in punti determinati del sistema anche le trattazioni parziali, ossia le determinazioni economico/quantitative, la dimensione politica, ecc., e di stabilire il senso proprio della sua “storicità” (da non confondere con la “descrizione” di avvenimenti del passato). Ma qual è la logica interna di questa teoria complessa? Se teniamo fede alle costanti e ripetute affermazioni dello stesso Marx, sappiamo 1) che questa logica è dialettica e 2) che Hegel è l’autore che ha mostrato in modo più adeguato le sue leggi generali, anche se le ha avvolte in un guscio mistico.

Comprendere la logica/dialettica della teoria del “capitale” tutto intero: questo sembra essere conditio sine qua non per superare l’impasse teorica in cui ha finito per trovarsi parte del dibattito tradizionale.

La semplice enunciazione di tale esigenza individua un complesso ambito problematico e rimanda inevitabilmente alla questione del metodo marxiano. Si tratta di un argomento molto dibattuto, intorno al quale si sono formate vere e proprie scuole di pensiero; si pensi, per esempio, alla classica questione del rapporto fra dialettica materialista e dialettica idealista. Tali discussioni, tuttavia, sono spesso finite in vicoli ciechi, soprattutto a causa dell’astratta definizione dell'oggetto del contendere. Da una parte, infatti, pare indiscutibile che per comprendere il metodo marxiano sia necessario fare i conti con la dialettica e quindi con Hegel; dall’altra si è cercato di ridurre quest’eredità per evitare tutta una serie di conseguenze "idealistiche" nell'impianto teorico "materialista". Questo tipo di impostazione arrivava a sostenere l'opposizione radicale dei due pensatori, collocando, certo, Hegel nella genealogia del "materialismo storico", ma in una posizione di parentela di terzo o quarto grado.

Altri hanno invece sostenuto la filiazione diretta del pensiero marxiano da quello hegeliano; quest’interpretazione ha tuttavia caratteri perfettamente speculari all’altra, in quanto spesso si è basata su una "dialettica storica" concepita come segue: la dialettica di "forze produttive" e "rapporti di produzione" rappresenterebbe un nuovo corso teleologico, necessariamente culminante nella società comunista, una nuova "filosofia della storia" in senso deteriore; si tratta evidentemente proprio di quegli “elementi idealistici” che gli altri volevano espungere. Questi due approcci, nella loro apparente opposizione, si basano alla fine su una stessa interpretazione che viene valutata o positivamente o negativamente. Il loro limite è adottare definizioni piuttosto astratte di "dialettica", "processo storico".

Piuttosto che l'analisi rigorosa dei testi, in questo tipo di letture si è privilegiata una formulazione quasi aforismatica di certe nozioni fondamentali; impostazioni di questo tipo sono facilmente cadute in discussioni retoriche.[4] D’altra parte continuare a basarsi su prefazioni, postfazioni, lettere, note e via dicendo appare oltremodo inefficace di fronte alla complessità della teoria dei due autori ed alla stessa massa fisica del loro lascito.

 

         Se ricostruire la dialettica del concetto di capitale è necessario per capire la teoria del modo di produzione capitalistico, ciò è imprescindibile anche per impostare correttamente il rapporto Marx/Hegel, problema che va affrontato a diversi livelli.

         In primo luogo si deve valutare la comprensione che Marx ebbe della filosofia hegeliana, considerando particolarmente la mediazione svolta in questo senso dalle diverse correnti dei giovani-hegeliani. Si tratta di una comprensione che riguarda evidentemente diversi ambiti: la pura struttura logica, la teoria dello Stato, la teoria della storia e via dicendo. Marx può aver capito, frainteso il pensiero del filosofo di Stoccarda, o cambiato giudizio nel corso della propria vita intellettuale.

         In secondo luogo si deve vedere in che misura questa comprensione corrisponda o meno all’effettiva teoria hegeliana, anche qui considerando i suoi diversi livelli d’astrazione. Recenti studi critico-filologici hanno per dir poco rivisto molte deformazioni del pensiero hegeliano tradizionalmente accettate. [5]

         In terzo luogo si può cercare di valutare come Marx sia coerente con l’insegnamento di principio del metodo hegeliano, al di là delle dichiarazioni di intenti. Quest’ultimo punto pare quello scientificamente più interessante e forse preliminare.

         Per chi ha letto sia Hegel che Marx (particolarmente il Manoscritto 1857/58) è difficile dubitare che nelle opere del secondo si adottino categorie della Logica hegeliana. Questo riconoscimento formale non ci permette tuttavia di trarre delle conclusioni effettive sull’uso che di tali categorie viene fatto, né sulla strutturazione logica del concetto stesso di capitale. A questo proposito è utile ricordare l’indicazione di principio che dà lo stesso Marx su come non si deve procedere.

In una lettera ad Engels egli si fa beffe del modo in cui Lassalle aveva usato la dialettica hegeliana nel suo Die Philosophie Herakleitos des Dunkeln von Ephesos:

 

«… vedo che il tipo ha l’intenzione di esporre l’economia politica alla Hegel in un suo grande opus. Imparerà a sue spese che ben altra cosa è arrivare a portare per mezzo della critica una scienza al punto di poterla esporre dialetticamente, ed altro applicare un sistema di logica astratta e bell’e pronto a presentimenti [Anhungen] appunto di un tale sistema» [Lettera a Engels del 1/2/1858].

 

         Per quanto possa essere proficuo e utile mostrare quali categorie della Logica hegeliana Marx usi, [6] non è questo il punto fondamentale che ci aiuta a comprendere metodo e logica del Capitale. Non si può evidentemente ridurre il problema alla questione di un uso esterno di categorie già pronte, perché proprio questo è l’errore rimproverato a Lassalle. Ciò non sarebbe nemmeno coerente col metodo hegeliano.

Nella Scienza della logica, infatti, Hegel sostiene certo che lo svolgimento del processo dell’idea si articola in forme determinate che creano quindi uno schematismo; ciò non significa tuttavia che tale schematismo sia di per sé uno svolgimento concettuale, anzi, l’uso meccanico di certe formule riduce “il logico” da anima del sistema a semplice strumento formale [Hegel 1812-1830/W6, pp. 564ss.].

         Nelle pagine dedicate al metodo Hegel mostra come esso costituisca il coronamento effettivo della logica. Poiché nell’idea è posto che il processo di soggettivazione dell’oggetto da parte del concetto avvenga come manifestazione di essa, come suo farsi effettivo (è lei nel suo scindersi), allora tutti i momenti che attraversa sono suoi. Essi dunque non rappresentano altro che le diverse forme in cui si manifesta il contenuto, sono le modalità attraverso le quali esso esiste e si dispiega.

Inizio, avanzamento e fine (anche risultato, che conserva la differenza) sono i tre momenti del metodo [Hegel, 1830, §§ 238-242; 1812-1830/W6, pp. 550ss.]. Si presti tuttavia attenzione, di nuovo, al fatto che si tratta dello svolgimento della cosa stessa, non dell’applicazione esterna della triade: la forma triadica è il modo in cui lo svolgimento si manifesta, non è la triade che si applica ad un contenuto esterno che così viene svolto. L’inizio “si muove” non perché un “soggetto” esterno lo trova manchevole, ma perché è manchevole in se stesso, è lui il “soggetto” di quel movimento, del passaggio alla forma successiva. Questo sembra essere il significato dello svolgimento della cosa stessa: il contenuto ha il movimento in se stesso e ciò determina lo sviluppo delle sue forme. – Il contenuto in questione nella Scienza della logica è l’assoluto.

 

         Viene qua in mente la discussa “logica specifica dell’oggetto specifico” di cui parla Marx nella critica della filosofia dello stato di Hegel[7] (qui non si può entrare nel merito dell’animato dibattito che su di essa ha avuto luogo).

         Quale può essere però il senso razionale dell’affermazione marxiana? Difficile credere che si voglia sostenere l’esistenza di “differenti logiche”, ciascuna delle quali ha delle regole che non “comunicano” con le altre; ciò significherebbe che non esiste una base ontologica comune del reale; è discutibile che questo fosse il pensiero di Marx che non pare un irrazionalista.

È d’altra parte possibile interpretare la celebre frase proprio come un altro modo di criticare l’applicazione esterna di uno schema logico predefinito. Questo era l’errore che secondo il Marx giovane stava compiendo Hegel (al di là della plausibilità di questa critica): applicare una logica generale a delle datità empiriche senza svolgerle in base alla loro logica immanente.

Il metodo hegeliano sembra così alla fine un’indicazione di principio alla quale Marx si attiene fermamente: il contenuto ha una struttura razionale, è la totalità dello svolgimento delle sue forme; conoscerlo significa comprenderlo nel suo svolgimento.

Se le cose stanno così, la questione sembra essere allora: qual è il rapporto fra la logica generale e le logiche specifiche? Debbono certo essere “comunicanti”, ma come si differenziano e come comunicano?[8]

Il primo passo in questa ricerca consisterà allora nella ricostruzione della logica specifica dell’oggetto specifico: quella del modo di produzione capitalistico. Alla luce di essa sarà possibile impostare in modo più preciso il rapporto con la “logica generale”, come quello fra Marx e Hegel, non prima.

 

 

3. Argomento e precedenti

 

Il tentativo di ricostruire lo svolgimento della cosa stessa “capitale” è già stato intrapreso in passato. L’opera più importante in questo senso è quella di Reichelt [1970]; essa costituisce un contributo fondamentale, al suo interno, tuttavia, ci si limita all’analisi del Manoscritto 1857/58 ed alla trasformazione del denaro in capitale, senza analizzare i livelli di astrazione più bassi, ossia la concorrenza ed il credito.

Altri contributi importanti in questo senso sono venuti dalla filologia; si pensi per es. alle opere di Vygodskij [1967, 1975a, 1975b] che, fra le altre cose, ha focalizzato l’attenzione sulla categoria centrale di “valore di mercato” come anello di passaggio per pensare i prezzi di produzione, oppure alle analisi da una parte di Backhaus [1997], dall’altra di Hecker [1983, 1987b], Lietz [1987a, 1987b, 1989, 2000] e Jungnickel [1987, 1988, 1989a] volte alla ricostruzione della dialettica della forma di valore. Di notevole importanza è poi la ricerca pionieristica sulla logica del capitale svolta da Zeleny [1962].

In Italia l’impostazione logicista si è affermata soprattutto grazie alla discussione fra della Volpe [1969] e Luporini [1966, 1972], i cui risultati sono stati ripresi e sintetizzati proficuamente in Cazzaniga [1981, poi in Mazzone [1987]. Altri notevoli tentativi di studiare rispettivamente la dialettica della merce e del capitale sono quelli di Gajano [1979] e Badaloni [1980].

Questi studi costituiscono l’orizzonte in cui si svolge la ricerca qui presentata.

 

Oggetto di ricerca di questo studio è il tentativo di ricostruire lo svolgimento dialettico del capitale tutto intero, non solo la forma di valore o la trasformazione del denaro in capitale. Si vuole mostrare come, partendo dall’inizio concettuale, dalla cellula economica sia possibile sviluppare tutta la teoria del capitale non solo nella sua generalità, ma anche nella sua particolarità e singolarità, ossia includere concorrenza e credito nello svolgimento dialettico.

La struttura dell’opera si articola quindi rispecchiando lo svolgimento delle categorie:

Modello 1: il mondo della circolazione semplice, ossia l’inizio concettuale, l’immediatezza del modo di produzione capitalistico che come tale rappresenta il primo livello di totalità. Esso si rivela manchevole, fenomenico, quindi passibile di passaggio nel suo opposto.

Modello 2: il mondo della generalità del capitale, dove vengono sviluppate le categorie che lo definiscono essenzialmente. Il suo limite sarà il carattere ideale dei suoi risultati, che non sussistono se non come media ideale.

         Modello 3: il mondo della particolarità, ossia la concorrenza, dove la generalità si realizza attraverso i particolari fino ad affermarsi realmente come profitto medio.

         Modello 4: il mondo del credito e del capitale fittizio, in cui questo processo arriva a risultati posti, ossia il mondo in cui la generalità esiste realmente, incarnata in determinati soggetti particolari. È il mondo della singolarità del capitale.

Premessa di tutto questo: se il modo di produzione capitalistico costituisce un momento specifico della storia del lavoro,[9] sarà preliminarmente necessario individuare i caratteri generali del concetto di “processo lavorativo”, per distinguere di nuovo il livello universale dalle sue particolarizzazioni. A ciò è dedicato il primo capitolo.

         Fanno parte integrante dell’esposizione le sei appendici; questo è il motivo per cui sono collocate dietro al capitolo a cui si riferiscono e non tutte insieme alla fine del libro. Si è deciso di posporre alcuni argomenti per non interrompere l’esposizione concettuale con divagazioni troppo lunghe che avrebbero compromesso la leggibilità complessiva. Si faranno comunque i rimandi necessari nel corso dell’esposizione.

         La ricostruzione della teoria complessiva del capitale secondo le modalità qui brevemente schizzate mi ha portato ad affrontare alcune questioni classiche che è bene enunciare.

         Nella trattazione del Modello 1 ho dovuto rendere conto della teoria marxiana del valore e quindi della sua ricezione tradizionale. Sono stati cosi affrontati problemi “economici” come la determinazione della grandezza di valore e della sua misurazione. Si è cercato di porre le basi per la critica della cosiddetta “teoria del valore-lavoro”.

         L’analisi del Modello 2 ha richiesto che si desse ragione di alcune riduzioni storicistiche e/o politicistiche della sussunzione del lavoro sotto il capitale che si è cercato invece di ricostruire in chiave logica. Qui si è poi affrontata la questione del “capitale in generale” e della modificazione del piano complessivo dal Manoscritto 1857/58 alla stesura definitiva.

         L’esposizione del Modello 3, la concorrenza, ha imposto che si facessero i conti con il problema della “trasformazione” e della sua (mancata) soluzione. Si è qui proposta una lettura alternativa a quella tradizionale, basata sulla teoria elaborata nel Modello 1 che pure si distanzia da ricezioni classiche. Ciò ha reso possibile un’analisi dell’impostazione neoricardiana da un diverso punto di vista.

         Nell’analisi del Modello 4 si è cercato di rivisitare la versione a stampa del III libro del Capitale per valutare quanto di ciò che Engels ha pubblicato possa effettivamente essere attribuito a Marx; si è quindi proposta un’interpretazione coerente del manoscritto marxiano del III libro del Capitale [II/4.2].

 

         Se da una parte sono consapevole della complessità e difficoltà del progetto, dall’altra sono altrettanto convinto che solo mostrando l’effettivo funzionamento della dialettica del concetto di capitale si possano porre le basi per una comprensione della teoria del modo di produzione capitalistico e quindi del suo rapporto possibile con la filosofia hegeliana.

         Si tratta quindi di un tentativo che è certo ambizioso, ma che costituisce un passo necessario per l’ulteriore avanzamento degli studi: la dialettica del capitale tutto intero è un problema di cui si deve dare ragione. Mi auguro che questa proposta complessiva di lettura della teoria del capitale possa costituire la base di ulteriori discussioni ed approfondimenti, che abbiano tuttavia lo stesso rigore filologico che si è cercato di rispettare in questa sede.

 

 

° ° °

 

 

         Propongo qui di seguito i principi su cui ci si baserà in questa ricerca:

 

1. Il “sistema” marxiano è realizzato nelle diverse edizioni del Capitale curate da Marx e nei grandi manoscritti ad esso preparatori: 1857/58, 1861/63, 1863/65.

 

2. Marx ed i marxismi sono due cose diverse e quindi due oggetti di ricerca non immediatamente coincidenti.

 

3. Esiste una teoria di Marx del modo di produzione capitalistico che ha una sua coerenza logica. Alla luce di essa si può spiegare l'esistenza e la collocazione dei “diversi argomenti”.

 

4. La logica di questa teoria è dialettica.

 

5. La comprensione del significato di "dialettica" non potrà che basarsi sull’effettivo svolgimento categoriale del sistema, non su astratte definizioni di principio.

 

6. Ciò è preliminare all’analisi effettiva del rapporto fra la logica del modo di produzione capitalistico e la Logica, come al rapporto fra la teoria marxiana e quella hegeliana.

 

 

Ringraziamenti

 

         Ringrazio in primo luogo la mia compagna Silvia ed i miei familiari per l’appoggio morale e “materiale”, senza il quale mi sarebbe stato impossibile realizzare questa ricerca.

Il mio riconoscimento va poi a coloro che gentilmente hanno mostrato interesse a questo progetto consentendone la pubblicazione; ricordo in modo particolare Domenico Losurdo e l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici nella persona Antonio Gargano.

Grazie anche a tutti coloro che hanno discusso con me in vari modi alcune delle questioni affrontate nel libro o che hanno letto parti di esso; vorrei ricordare in particolare Rolf Hecker, Giorgio Lunghini, Gianfranco Pala ed Ernesto Screpanti. Una menzione di riguardo ad Alessandro Mazzone, senza la guida del quale non solo questo libro ma la mia ricerca nel suo complesso sarebbe stata impossibile.

Naturalmente la responsabilità dell’uso che è stato fatto delle indicazioni e dei consigli così cordialmente datimi è da attribuire solo a me.

 

 

Siena, 15/10/2000

Roberto Fineschi



[1] La “storicità” del modo di produzione capitalistico non ha nulla a che vedere con lo “storicismo” né con la “storiografia”. La distinzione fra questi concetti è il risultato di una lunga e difficile analisi filosofica che è passata attraverso molti fraintendimenti. In Italia da questo punto di vista sono stati fondamentali i contributi di Diaz [1956] e di Luporini [1966; 1972]. Per un’analisi del dibattito sul concetto di “storia” mi si conceda di rimandare a Fineschi 1999a, 1999b e 2001.

[2] Per informazioni sull'edizione e sulla sua storia confronta Dlubek 1994, Rojahn 1994, Bongiovanni 1995, Fineschi 1999c, Hecker 1999.

[3] Per questa conclusione cfr. Jahn/Nietzold 1978, Jahn/Noske 1978, Tuchscheerer 1968, Vygodskij 1967.

[4] A questo proposito, facendo degli esempi in cui il livello della discussione si è mantenuto piuttosto elevato, si può confrontare il dibattito sulla “oggettività reale della contraddizione”, deformatosi poi in “riconoscimento dell’oggettività reale” svoltosi negli anni 60 fra dellavolpiani e soprattutto Luporini sulle pagine di “Rinascita” [ripubblicato in Cassano 1976]. Con questo non si vuole dire che tale dibattito non abbia contribuito all'avanzamento della ricerca; sono stati anzi individuati alcuni nodi concettuali importanti, ma tuttavia si è al contempo evidenziato come per quella strada non era possibile proseguire; ed, infatti, le successive ricerche di Luporini hanno avuto una base testuale ben più importante. Altro esempio, sempre ad alto livello, è la discussione sulla distinzione marxiana fra metodo di ricerca e metodo di esposizione, e sulla discesa dall’astratto al concreto (e salita dal concreto all’astratto) che ha avuto luogo fra gli studiosi della DDR e dell’URSS [cfr. Vydodskij 1978, 1979, 1980; Fabiunke 1980, Jahn/Nietzhold 1978]. Lo svantaggio della dialettica è che non si lascia ridurre in formule da applicare. Questi dibattiti hanno in fondo dimostrato che solo nello svolgimento categoriale si vede il metodo.

[5] A questo proposito basti confrontare di quanto sono state arricchite le indicazioni bibliografiche della Introduzione a Hegel di Verra nell’edizione del 1999 rispetto a quella del 1988.

[6] In questo senso ci sono già stati dei tentativi; in Italia Grassi [1976], all’estero recentemente Dussel [1997].

[7] Cfr. Critica 1843, p. 116 (trad. corr.) [MEW 1, p. 296]: «Questo comprendere concettualmente [Begreifen] non consiste come Hegel crede, nel riconoscere ovunque le determinazioni del concetto logico, bensì nel concepire la logica specifica dell’oggetto specifico».

[8] Si tratta di un problema che si è recentemente presentato anche all’esegesi hegeliana. Cfr. le ricerche della Nuzzo [1990, 1992].

[9] Qui con “storia del lavoro” non si intende riferirsi alla “storia del movimento operaio”, tanto meno alla descrizione di fatti accaduti nel passato che hanno a che fare con “individui che lavorano”. Si rimanda piuttosto all’articolazione complessiva della teoria marxiana in cui sembra possibile distinguere fra diversi piani di astrazione del concetto di “lavoro”. Con “storia del lavoro” ci si riferisce al modo in cui il più alto di questi livelli esiste realmente e si sviluppa in formazioni sociali determinate che sono appunto fasi della sua “storia” complessiva. Ciò sarà più chiaro alla fine del libro, la nota serve qui solo per precisazione.

Introduzione

I. Leggere Marx oggi

II. Il “capitale”, la dialettica e Hegel

III. Argomento e precedenti

 

CAPITOLO PRIMO

La “generalità/universalità” della riproduzione umana nella natura

1.1. L’introduzione alla critica dell’economia politica e la “produzione in generale”

1.2. Contenuto materiale e processo lavorativo

1.3. Dal lavoro alla produzione

1.4. Una nuova antropologia?

 

CAPITOLO SECONDO

Modello 1

Il mondo della circolazione semplice

2.1. Il contenuto dell’inizio concettuale

2.2. L’esposizione della dialettica della merce

 

Appendice A

Misura, misuratore e misurazione

 

Appendice B

I fondamenti concettuali della “teoria del valore-lavoro”. Per una storia di questa categoria

 

Appendice C

Rapporto fra forma di valore e processo di scambio

 

CAPITOLO TERZO

Dal Modello 1 al Modello 2

Dalla circolazione semplice al capitale

3.1. Il denaro come denaro: totalità del mondo della circolazione

3.2. Dal denaro come denaro al denaro come capitale

3.3. Ancora su “logico” e “storico”

3.4. “Circolazione semplice” o “Produzione mercantile semplice”?

 

CAPITOLO QUARTO

Modello 2

La “generalità/universalità” del capitale

4.1. Processo lavorativo e processo di valorizzazione

4.2. Plusvalore assoluto e relativo

4.3. Le forme della Logica 2: il plusvalore assoluto

4.4. Le forme della Logica 2: il plusvalore relativo

 
capitolo quinto
Dal Modello 2 al Modello 3
La “generalità/   universalità” del capitale e i “molti” capitali

5.1. Premesse concettuali per pensare il rapporto fra “capitale in generale/universale” e “molti” capitali

5.2. Svolgimento del concetto di “accumulazione”

5.3. Il rapporto capitale/capitali ed i suoi livelli di astrazione

5.4. Le modificazioni del piano

5.5. Risultati e condizioni di passaggio

 

Appendice D

Il dibattito sul “Capitale in generale”

 

CAPITOLO SESTO
Il Modello 3
La “particolarità” del capitale
ossia
I molti capitali in azione reciproca (concorrenza)
6.1. Considerazioni generali

6.2. Le due teorie della “trasformazione” di Marx

6.3. Due risultati della dialettica dei capitali

6.4. La caduta tendenziale del saggio del profitto

 

Appendice E

Sulla ricezione e sull’origine della categoria “prezzo di produzione”

 

CAPITOLO SETTIMO
Dal Modello 3 al Modello 4
Il capitale portatore di interesse

7.1. Il livello di astrazione del capitale portatore di interesse nei diversi manoscritti

7.2. Caratteristiche del capitale portatore di interesse

 

 
capitolo ottavo
Modello 4
La “singolarità” del capitale
ossia Credito e capitale fittizio

8.1. Il III libro del Capitale di Marx… e Engels

8.2. Il concetto di credito nel Modello 1

8.3. Il credito commerciale

8.4. Credito bancario

8.5. Capitale azionario, capitale fittizio e nuova determinazione del mercato del denaro

8.6. La totalità del movimento del “capitale come tale”

8.7. Risultati

 

Appendice F

Il piano dei sei libri

 

CAPITOLO NONO

Conclusioni e prospettive

9.1. L’esposizione dialettica del capitale

9.2. La dialettica della cosa stessa e la tendenzialità immanente al processo di capitale

9.3. Antropologia o processo storico?

9.4. La modificazione del piano

9.5. Filosofia e economia

9.6. Prospettive

 

Bibliografia